Vittima di sinistro in stato vegetativo: assistenza dei familiari va risarcita


 

Il giudice deve considerare non solo il dolore del lutto, ma anche le sofferenze e rinunce patite durante l’invalidità della vittima (Cassazione n. 28168/2019)

Di Marcella Ferrari – Professionista/Avvocato

Nella liquidazione del danno patito iure proprio dai congiunti, il giudice deve considerare non solo il dolore del lutto, ma anche le sofferenze e rinunce patite durante l’invalidità della vittima (Cass., sez. VI-3, ordinanza 31 ottobre 2019, n. 28168).

A seguito di un investimento, un uomo riporta delle lesioni, rimane in stato vegetativo e, dopo tre anni, muore. In casi simili, nella stima del danno patito iure proprio dai suoi familiari, il giudice deve considerare sia il dolore causato dalla morte, sia le afflizioni, le sofferenze e le rinunce patite dai suoi familiari per tutto il tempo in cui hanno assistito la vittima. In altre parole, la sofferenza provocata dalle lesioni che colpiscono un congiunto e il dolore per la sua morte sono due afflizioni non coincidenti.

Così ha deciso la Corte di Cassazione con l’ordinanza del 31 ottobre 2019 n. 28168 (testo in calce) che, con mirabile chiarezza, ha ribadito la propria giurisprudenza in tema di danno da uccisione e si è soffermata sui pregiudizi non patrimoniali subiti dalle cosiddette “vittime secondarie”, nel caso di morte di un congiunto.

La vicenda
Un uomo veniva investito da un’auto e riportava gravi lesioni personali; la vittima rimaneva in stato vegetativo per tre anni e poi decedeva a causa delle ferite subite nell’incidente. I suoi eredi agivano in giudizio contro la proprietaria del mezzo e la sua compagnia assicurativa, per ottenere il risarcimento del danno. I giudici di merito riconoscevano un concorso di colpa dell’uomo nella misura del 75 % (e del 25% in capo alla conducente della vettura) e liquidavano:

– il danno biologico patito dalla vittima primaria, nell’intervallo tra le lesioni e la morte, tenendo conto della vita effettivamente vissuta;

– il danno non patrimoniale patito dagli attori per la morte del congiunto.

Gli eredi dell’uomo si dolgono della quantificazione del risarcimento così come avvenuta in sede di gravame (ove era stata confermata la sentenza di primo grado) e ricorrono in Cassazione. La Corte si sofferma sul pregiudizio non patrimoniale subito dai congiunti, precisando le forme in cui si manifesta; inoltre, ribadisce la propria giurisprudenza in tema di danno da uccisione.

Danno da perdita del congiunto
Il danno da perdita del rapporto parentale si definisce come la sofferenza patita per la perdita di una persona cara, che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita. Naturalmente i familiari, che intendano invocare questa tipologia di danno, devono dimostrare la sussistenza di una relazione affettiva con il danneggiato. Il fatto illecito da cui deriva il danno può provocare due vittime:

  • la vittima primaria dell’evento morte, ossia il soggetto che direttamente abbia subito le lesioni e poi deceda;
  • le vittime secondarie dell’evento morte altrui, vale a dire i congiunti della vittima primaria.
    Si tratta di un pregiudizio non patrimoniale che, come tale, è atipico e si può presentare in molteplici forme, non a caso si parla di proteiformità del danno. Ai fini della liquidazione di tale pregiudizio, il giudice di merito deve valutare quali e quante conseguenze non patrimoniali derivino dal fatto illecito. In particolare, nel caso di danno da perdita del congiunto, occorre:

1 considerare tutte le conseguenze che l’uccisione di un congiunto cagiona in ogni persona di comune sentire che subisca questo tipo di afflizione, ricorrendo anche alle presunzioni (art. 2727 c.c.);
2 liquidare il pregiudizio di cui sopra impiegando un criterio uniforme, uguale per tutti, al fine di assicurare una parità di trattamento a parità di danno (Cass. Ord. 3767/2018; Cass. 15491/2014; Cass. 10107/2011; Cass. 28423/2008);
3 accertare se, in quella particolare fattispecie, sussistano circostanze peculiari, che rendano pregiudizio patito dalla vittima diverso e più grave rispetto ai casi simili.

Le conseguenze del danno: ordinarie e peculiari
Da quanto sopra, emerge come il danno da perdita del congiunto possa presentare due tipologie di conseguenze:

a) le conseguenze ordinarie che emergono dalla sola dimostrazione della morte della vittima primaria e del suo rapporto di stretta parentela con chi domanda il risarcimento;

b) le conseguenze peculiari, ossia quelle tipiche di una determinata situazione, che richiedono la prova concreta dell’effettivo e maggior pregiudizio sofferto rispetto ai casi simili (Cass. Ord. 7513/2018).

La liquidazione dei pregiudizi peculiari esige che il giudice di merito ne indaghi l’esistenza e dia conto nella motivazione delle «specifiche ricadute che l’evento doloroso della morte (della vittima primaria) ha determinato nella vita di ciascuno dei suoi congiunti e conviventi» (Cass. 26590/2014).

Ebbene, secondo la Cassazione, nella fattispecie oggetto di scrutinio, il giudice del gravame non si è attenuto ai principi di cui sopra. Infatti, pur avendo acclarato che i tre congiunti avevano assistito il malato, nel triennio in cui era rimasto completamente invalido e non autosufficiente, ha ritenuto tale circostanza ininfluente sotto il profilo della liquidazione del danno. Una simile decisione viola l’art. 1223 c.c., giacché il risarcimento non comprende tutte le conseguenze scaturite dal danno.

I pregiudizi patiti dai familiari iure proprio
Nel caso in esame, la vittima era rimasta in stato vegetativo per tre anni, durante i quali i familiari si erano occupati di lei. In situazioni simili, i congiunti patiscono teoricamente due diversi tipi di pregiudizi:

1 durante il periodo di sopravvivenza, soffrono nel vedere il proprio caro sofferente;
2 dopo la sua morte, patiscono la pena rappresentata dal lutto.
Pertanto, la sofferenza provocata dalle lesioni che colpiscono un congiunto e il dolore per la sua morte sono due afflizioni non coincidenti. Il giudice di merito è incorso in un errore giuridico realizzando tale equiparazione. Infatti, ha liquidato ai familiari il danno patito iure proprio, senza considerare l’assistenza continua e ininterrotta prestata al malato, allegata e documentata dai ricorrenti. In altre parole, i pregiudizi derivanti dall’assistenza non potevano né dovevano essere confusi con il danno da lutto, per la semplice ragione che essi erano preesistenti. Secondo la Cassazione, quindi, «se una persona venga dapprima ferita in conseguenza di un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle lesioni, nella stima del danno patito iure proprio dai suoi familiari il giudice deve tenere conto sia del dolore causato dalla morte, sia dalle apprensioni, dalle sofferenze e dalle rinunce patite dai suoi familiari per tutto il tempo in cui la vittima primaria fu invalida e venne da loro assistita».

Danno da perdita dell’aspettativa di vita: non invocabile iure hereditario
I ricorrenti, tra le varie censure, lamentano il fatto che il giudice del gravame, nella liquidazione del danno non patrimoniale sofferto dalla vittima primaria, non abbia tenuto conto del pregiudizio dato dalla perdita dell’aspettativa di vita. La Corte rileva come sia inconcepibile un siffatto danno con riferimento ad una persona defunta. Infatti, la morte del danneggiato pone fine all’esistenza di qualsivoglia danno permanente alla persona (Cass. S.U. 15350/2015). Riassumendo:

  • prima della morte: chi, a seguito di fatto illecito (come un sinistro stradale), sappia di avere una speranza di vita ridotta, patisce un danno non patrimoniale (formido mortis) da accertare e liquidare con gli ordinari criteri equitativi;
  • dopo la morte: la scomparsa del danneggiato esclude la sussistenza di ulteriori pregiudizi da quest’ultimo patiti.Al lume di quanto sopra, i congiunti del defunto non possono invocare, iure hereditario, il risarcimento del danno da perdita dell’aspettativa di vita patita dal loro familiare al momento della morte. Parimenti, non è invocabile il risarcimento per il danno da lesione del diritto alla vita del defunto.

Lucida agonia: non risarcibile per soggetto in stato vegetativo
I ricorrenti lamentano anche il fatto che il giudice non abbia considerato nella stima del danno il pregiudizio non patrimoniale sofferto dalla vittima primaria, consistente nella percezione della propria fine imminente. Si fa riferimento alla cosiddetta formido mortis, ossia alla lucida agonia, che racchiude la paura della morte, il dispiacere di lasciare i propri cari, la disperazione del perdere la vita e così via. Orbene, tale tipologia di danno è concepibile solo per una persona capace di intendere e volere, o quantomeno per una persona che sia cosciente del proprio stato (Cass. Ord. 32372/2018; Cass. S.U. 26972/2008). Nel caso in esame, invece, la vittima dell’incidente versava in stato vegetativo, pertanto, non aveva la percezione della situazione in cui si trovava.

Le due forme del danno da uccisione
Nella fattispecie oggetto di scrutinio, l’uomo aveva riportato delle lesioni e, a distanza di un triennio, era morto. Secondo la giurisprudenza di legittimità (Cass. 18056/2016), la persona che, ferita, sopravviva per un certo tempo, e poi muoia a causa delle lesioni sofferte, subisce un danno non patrimoniale. Si tratta di un pregiudizio unitario, che può manifestarsi in due modi:

1) il danno alla salute che

  • ha fondamento medico-legale;
  • consiste nella rinuncia allo svolgimento delle ordinarie attività durante l’invalidità;
  • sussiste anche in caso di incoscienza della vittima;

2) la formido mortis, ossia la lucida agonia che

  • non ha fondamento medico-legale;
  • consiste in un moto dell’animo;
  • sussiste solo se la vittima sia cosciente e consapevole della propria fine.Come abbiamo visto, deve escludersi il danno derivante dalla consapevolezza della morte imminente, in considerazione dello stato di coma profondo in cui versava la vittima, rimane quindi da analizzare la lesione della salute.

Invalidità temporanea, mai assoluta, in caso di decesso
Il danno alla salute comporta sempre un’invalidità, che può essere:

  • temporanea, quando indica «lo stato menomativo causato da una malattia, durante il decorso di questa»;
  • permanente, se «designa, invece, lo stato menomativo che residua dopo la cessazione d’una malattia».

Il danno alla salute, patito da una persona ferita che poi muoia a causa delle lesioni, comporta sempre un’invalidità temporanea. Infatti, il perdurare di una malattia e l’invalidità permanente sono due situazioni inconciliabili, dal momento che:

  • sinché dura la malattia, permane un’invalidità temporanea;
  • quando la malattia cessa, ma vi sono dei postumi, si ha un’invalidità permanente;
  • infine, se la malattia conduce alla morte, essa ha causato “solo” un’invalidità temporanea (Cass. Ord. 32372/2018; Cass. 5197/2015; Cass. 7632/2003).

Da quanto sopra, discendono alcuni corollari; la persona ferita, che a causa delle lesioni sofferte perda la vita:

  • non può per definizione patire un danno alla salute permanente;
  • può patire soltanto un danno alla salute temporaneo;
  • il danno temporaneo alla salute deve essere liquidato tenendo conto del periodo di tempo per il quale si è protratto.

Pertanto, secondo la Cassazione, la sentenza gravata correttamente ha escluso che, nella liquidazione del danno, potesse tenersi conto della speranza di vita futura della vittima primaria[1].

Liquidazione del danno con riferimento alla vita vissuta
I congiunti della vittima lamentano che il giudice di merito abbia liquidato il danno senza considerare l’aspettativa di vita. Secondo la Cassazione «quando […] occorra liquidare iure hereditario il danno patito da una persona già defunta al momento della liquidazione, il pregiudizio alla salute di cui si chiede al giudice l’aestimatio può essere solo e soltanto passato e dunque esaurito nella sua vicenda biologica.»

Conclusioni
In conclusione, in seguito ad un iter argomentativo perspicuo e cristallino, la Suprema Corte accoglie unicamente il motivo di ricorso afferente alla liquidazione del danno da perdita parentale patito, iure proprio, dai congiunti della vittima primaria ed enuncia il seguente principio di diritto:

«il pregiudizio non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di persona gravemente ferita, e consistito tanto nell’apprensione per le sorti del proprio caro, quanto nelle forzose rinunce indotte dalla necessità di prestare diuturna e prolungata assistenza alla vittima, è un danno identico per natura, ma diverso per oggetto, dal pregiudizio patito dalle medesime persone, una volta che il soggetto ferito sia venuto a mancare. Ne consegue che se una persona venga dapprima ferita in conseguenza di un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle lesioni, nella stima del danno patito iure proprio dai suoi familiari il giudice deve tenere conto sia del dolore causato dalla morte, sia dalle apprensioni, dalle sofferenze e dalle rinunce patite dai suoi familiari per tutto il tempo in cui la vittima primaria fu invalida e venne da loro assistita»