Sinistro, aquaplaning non esclude la punibilità in caso di colpa grave


 

Cassazione, sentenza n. 39744/2019: il fenomeno era un accadimento prevedibile e dunque evitabile dal conducente con guida prudente e battistrada regolamentare.

Di Irene Marconi – Professionista Avvocato

In caso di sinistro stradale il fenomeno dell’aquaplaning non è invocabile a titolo di forza maggiore, come causa interruttiva del nesso causale e dunque di esclusione della punibilità, quando il fatto è conseguente alla condotta gravemente colposa dell’automobilista che circola con gli pneumatici fortemente usurati.

Lo ha statuito la quarta sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza 27 settembre 2019, n. 39744.

 

I fatti di causa
La pronuncia giunge all’esito del ricorso per cassazione proposto da un automobilista, riconosciuto responsabile in primo e in secondo grado per il reato di omicidio colposo commesso in violazione delle norme sulla circolazione stradale.

L’uomo stava procedendo sotto la pioggia, alla guida di un’auto di grossa cilindrata, quando improvvisamente aveva perso il controllo del mezzo, invadendo la corsia di marcia opposta e provocando gravissime lesioni ad una delle passeggere che in seguito era deceduta.

Secondo la ricostruzione fornita in primo grado e poi confermata in appello, il sinistro stradale e in particolare lo sbandamento e i testacoda dell’auto erano stati causati dalle pessime condizioni degli pneumatici posteriori e anteriori del mezzo dell’imputato.

Nonostante il guidatore procedesse a velocità moderata, il cattivo stato delle gomme (quasi interamente lisce o comunque con crepe e solchi nel battistrada) era infatti stato sufficiente a determinare la perdita di aderenza del mezzo sul terreno.

L’imputato proponeva ricorso per cassazione, invocando come unica causa del sinistro il fenomeno dell’aquaplaning, dovuto alla pioggia e alle cattive condizioni del manto stradale e richiamava l’applicazione della causa di non punibilità prevista all’art. 45 c.p., considerandolo un fatto imprevisto, imprevedibile ed inevitabile, ascrivibile alla nozione di forza maggiore.

 

L’art. 45 c.p.: la nozione di forza maggiore
La norma in esame prescrive che non è punibile chi ha commesso il fatto per caso fortuito o forza maggiore.

Individua cioè specifiche situazioni in cui la colpevolezza del soggetto agente è esclusa da accadimenti che interrompono, in maniera fortuita o imprevedibile, il nesso causale tra condotta ed evento.

La forza maggiore si identifica tradizionalmente in un accadimento (umano o naturale) imprevisto, ma al tempo stesso anche imprevedibile ed irresistibile: tale, cioè, che anche se il soggetto avesse potuto prevederlo non sarebbe stato comunque in grado di impedire che si verificasse.

Si ritiene pertanto che la forza maggiore operi come una sorta di violenza sulla persona (vis cui resisti non potest) che non è in grado di agire altrimenti; ha dunque incidenza interruttiva del nesso casuale tra condotta ed evento, escludendo la punibilità del soggetto proprio perché (e purchè) non in grado di determinarsi altrimenti.

Per contro la causa di non punibilità è invece esclusa in presenza di una mera difficoltà del soggetto ad adottare il comportamento prescritto dalla norma penale, così come in ogni circostanza in cui avrebbe potuto prevedere (e quindi evitare) la forza costrittiva (e l’evento che ne è derivato) agendo con diligenza, perizia e prudenza.

 

La decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ritiene che i giudici d’appello abbiano argomentato in maniera ineccepibile le risultanze probatorie, identificando nello stato di usura dei pneumatici posteriori dell’auto la causa determinante il sinistro.

Una ricostruzione effettuata valutando anche l’ipotesi alternativa dell’aquaplaning, seppur arrivando ad concludere che il fenomeno non può aver avuto una efficienza causale determinante tale da escludere la responsabilità dell’automobilista.

Le risultanze probatorie hanno infatti confermato che l’incidente si è verificato a causa della condotta imprudente dell’imputato, che viaggiava con le gomme posteriori talmente usurate da non consentire all’acqua piovana di defluire su strada, cagionando i testacoda del veicolo.

Muovendo da tali premesse la Cassazione ha concluso che il fenomeno dell’aquaplaning era un accadimento prevedibile e dunque evitabile dal conducente mediante l’adozione di una condotta di guida più prudente e rispettosa delle regole cautelari relative al battistrada regolamentare. Come tale inidoneo ad operare con efficacia interruttiva del nesso causale.

Per contro, ha osservato la Corte, la perdita di controllo del mezzo è da ascriversi unicamente al comportamento omissivo dell’automobilista, che procedendo con gli pneumatici posteriori in uno stato di usura pericolosissimo, in presenza del manto stradale bagnato e di una conformazione stradale particolarmente insidiosa (“a schiena d’asino” e in discesa), non è stato in grado, malgrado procedesse a velocità moderata, di governare il mezzo determinandone lo sbandamento, le successive collisioni e l’invasione violenta dell’altra corsia di marcia.

Sulla base di tali premesse la Corte ha quindi rigettato il ricorso con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.