Il danno cagionato da animali


 

Natura della responsabilità, onere probatorio, prova liberatoria, fauna selvatica, randagi, urto tra veicolo e animale.

Di: Walter Giacardi – Professionista Avvocato.

L’articolo affronta i vari aspetti della questione: dopo aver chiarito la natura della responsabilità nel danno cagionato da animali, l’autore si sofferma sulla responsabilità alternativa e illustra onere probatorio e prova liberatoria. Il danno cagionato dalla fauna selvatica e dagli animali randagi ha ampio spazio, così come anche i danni conseguenti all’urto tra un veicolo ed un animale. Il contributo termina con un caso particolare: la responsabilità del gestore di un maneggio.

1. La natura della responsabilità nel danno cagionato da animali
La responsabilità per danni cagionati da animali è disciplinata dall’art. 2052, cod. civ. il quale dispone che “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

La responsabilità di cui all’art. 2052 cod. civ. ha natura oggettiva, e si fonda non su un comportamento o un’attività, commissiva od omissiva, ma su una relazione (di proprietà o di uso, anche temporaneo) intercorrente con l’animale, sulla presunzione di colpa juris et de jure in vigilando od in custodendo, e postula la mera relazione di proprietà o di uso, nonché il nesso causale tra il fatto dell’animale medesimo ed il danno subito dal terzo[2].

Detta responsabilità ricorre tutte le volte che il danno sia stato prodotto, con diretto nesso causale, da fatto proprio dell’animale secundum o contra naturam, comprendendosi in tale concetto qualsiasi atto dello stesso[3], e trova applicazione sia con riguardo ad eventi dannosi verificatisi in aree aperte che in zone non aperte al pubblico: siffatta interpretazione è conforme alla Costituzione, poiché la pericolosità dell’animale permane anche in luoghi chiusi al pubblico[4].

2. Il proprietario o chi si serve dell’animale: la responsabilità alternativa
La responsabilità ex art. 2052, cod. civ. è alternativa[5] tra il proprietario e colui che se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, e prescinde sia dalla continuità dell’uso, sia dalla presenza dell’utilizzatore al momento in cui l’animale arreca il danno[6].

“Avere in uso” l’animale significa esercitare su di esso un potere effettivo (di governo, di gestione, di vigilanza e di controllo, di trarne utilità e profitto[7]), del tipo di quello che normalmente compete al proprietario, derivi questo da un rapporto giuridico o di fatto: ciò che rileva non è tanto la finalità, quanto il tipo di uso esercitato. Deriva da quanto precede che, perché la responsabilità gravi su un altro soggetto, occorre che il proprietario, giuridicamente o di fatto, si sia spogliato di detta facoltà, mentre se continua ad avere ingerenza nel governo dell’animale, o continua a fare uso, sia pure per il tramite del terzo, resta responsabile del danno da esso cagionato[8].

Chi si serve dell’animale, in altri termini, è colui che, col consenso del proprietario, ne fa uso per soddisfare un interesse autonomo (anche da un punto di vista affettivo o “di compagnia”[9]), ed in modo tale che il proprietario non ne abbia più, in fatto o in diritto, controllo[10]. Qualora, invece, il proprietario continui a far uso dell’animale sia pure tramite un terzo, resta responsabile dei danni, in quanto espressione del principio ubi commoda ibi et incommoda[11]: la responsabilità ex art. 2052, cod. civ. non può infatti imputarsi a chi utilizzi l’animale per svolgere mansioni o incarichi inerenti alla propria attività di lavoro, che gli siano stati affidati dal proprietario dell’animale medesimo, alle cui dipendenze, o nell’interesse del quale, presta la sua opera[12].

Allo stesso modo, il custode di un animale a titolo di mera cortesia, anche ove lo tenga per lungo periodo, non risponde ex art. 2052 cod. civ. per il danno provocato a terzi dallo stesso: la suddetta forma di responsabilità aggravata non è riconducibile alla mera custodia. Il solo affidamento per ragioni di custodia, cura o mantenimento, non costituendo trasferimento del diritto di usare gli animali al fine di trarne vantaggio, non sposta a carico dei terzi la responsabilità per i danni cagionati dagli animali stessi[13]. Il custode risponderà, se del caso, ex art. 2043, cod. civ. ove sia provato che, nella custodia, ha violato le comuni regole di prudenza e diligenza[14].

Si rammenta che, in tema di responsabilità aquiliana, l’art. 2055, cod. civ. subordina la solidarietà passiva alla esistenza di un unico danno imputabile, anche in via presuntiva, alle condotte di una pluralità di persone. Ne consegue che, in caso di danno prodotto da più animali riuniti, anche occasionalmente, in gregge o in mandria, ed appartenenti a soggetti diversi, i diversi proprietari dei singoli animali rispondono solidalmente del danno solo se questo risalga, con rapporto di causa ad effetto, all’intero gregge, o all’intera mandria, intesi come entità indistinte[15].

La regola generale della solidarietà non può operare, invece, quando il danno sia stato provocato da soltanto uno o da alcuni degli animali riuniti, ipotesi nella quale di esso risponde solo il proprietario di quello o di quegli animali, senza che sia possibile coinvolgere nella responsabilità anche gli altri proprietari degli animali estranei all’accaduto[16]. Quando il fatto dannoso è sicuramente cagionato da uno dei vari animali presenti sul luogo dell’illecito, ma non è individuato a quale di questi animali esso è imputabile, nessuno dei loro proprietari può essere condannato al risarcimento del danno[17].

In tema di risarcimento del danno cagionato da animali, non può inoltre riconoscersi il risarcimento del danno non patrimoniale allorquando la responsabilità sia stata affermata, non in base ad un accertamento concreto dell’elemento psicologico, ma avendo riferimento alla presunzione di colpa di cui all’art. 2052, cod. civ.[18].

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3. L’onere probatorio e la prova liberatoria
Poiché l’art. 2052, cod. civ. configura una responsabilità oggettiva, il danneggiato deve limitarsi a provare il nesso eziologico tra il comportamento dell’animale (comprendendosi in tale concetto qualsiasi atto o moto dell’animale quod sensu caret[19]: l’imprevedibilità del suo comportamento non può costituire caso fortuito, atteso che costituisce una caratteristica ontologica di ogni essere privo di raziocinio[20]) e il danno[21], incombendo sul danneggiante – a seguito dell’adempimento, da parte dell’attore, del proprio onere probatorio[22] – la prova del caso fortuito, inteso come fattore esterno idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell’animale e l’evento lesivo, comprensivo del fatto del terzo o del fatto colposo del danneggiato: in assenza di tale prova, la responsabilità resta imputata a chi si trova in relazione con l’animale perché ne è proprietario o perché ha un rapporto di governo sul medesimo[23].

In altri termini, il convenuto in giudizio per il risarcimento dei danni, al fine di superare la presunzione di responsabilità iuris et de iure a suo carico, dovrà provare non già di essere esente da colpa, o di aver usato la comune o la massima diligenza e prudenza nella custodia (o la mansuetudine dell’animale[24]), bensì dovrà dimostrare, positivamente, l’esistenza di un fattore, estraneo alla sua sfera soggettiva (incluso sia il comportamento del danneggiato, purché avente carattere di imprevedibilità, inevitabilità e assoluta eccezionalità[25], sia il fatto colposo di un terzo[26]), idoneo ad interrompere il nesso tra la condotta dell’animale e l’evento lesivo[27].

La ricorrenza del caso fortuito, quale causa di esclusione della responsabilità del proprietario, attiene al profilo probatorio, sicché, non costituendo oggetto di eccezione in senso proprio, è rilevabile d’ufficio[28].

Se il proprietario, convenuto in giudizio, vuole liberarsi della responsabilità a scapito di chi aveva – nelle circostanze di tempo e di luogo in cui si è verificato il danno – l’uso dell’animale, deve provare di essersi spogliato dell’utilizzo dell’animale, senza che a tal fine possa essere ritenuta sufficiente la prova del momentaneo affidamento dello stesso ad altri, qualora detto affidamento sia accompagnato dal mantenimento della diretta sorveglianza sull’animale medesimo[29].

4. Il danno cagionato dalla fauna selvatica e dagli animali randagi
Il danno cagionato dalla fauna selvatica non è risarcibile ex art. 2052, cod. civ. essendo lo stato di libertà della selvaggina incompatibile con qualsiasi obbligo di custodia a carico della P.A., ma, anche dopo l’entrata in vigore della l. n. 157 del 1992[30], in forza dell’art. 2043, cod. civ. con la conseguenza che, in base all’onere probatorio stabilito da tale ultima norma, spetta al danneggiato provare tutti gli elementi costituivi dell’illecito (fatto, danno, nesso eziologico, elemento soggettivo)[31]: sul punto, vi è stata anche la conferma da parte della Corte Costituzionale[32].

La gestione della fauna, incombente sulla Regione, non comporta infatti, ex se, che qualunque danno da essa cagionato le sia addebitabile, occorrendo la allegazione o quantomeno la specifica indicazione di una condotta omissiva efficiente sul piano della presumibile ricollegabilità del danno[33]. E’ onere di chi richiede il risarcimento provare tutti gli elementi del fatto illecito e, quindi, anche un concreto comportamento colposo ascrivibile al danneggiante, essendo insufficiente la prova del mero nesso di causalità materiale[34]: a mero titolo di esempio, sarà necessario dimostrare che il luogo del sinistro fosse all’epoca abitualmente frequentato da un numero eccessivo di esemplari tale da costituire un vero e proprio pericolo per le proprietà vicine, anche se adeguatamente protette, ovvero fosse stato teatro di precedenti incidenti, tali da dover allertare le autorità preposte sulla sussistenza di un concreto pericolo per l’uomo[35].

La responsabilità per i danni provocati da animali selvatici va imputata all’ente cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che derivino dalla legge, sia che trovino fonte in una delega o concessione: in quest’ultimo caso, l’ente delegato o concessionario potrà considerarsi responsabile, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., per i suddetti danni a condizione che gli sia stata conferita, in quanto gestore, autonomia decisionale ed operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l’attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi, inerenti all’esercizio dell’attività stessa, e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni. Si deve indagare, quindi, di volta in volta, se l’ente delegato sia stato posto in condizioni di adempiere ai compiti affidatigli, o sia un nudus minister, senza alcuna concreta ed effettiva possibilità operativa[36].

Non rientrano nel novero degli animali selvatici – sottratti all’applicazione dell’art. 2052, cod. civ. – le api utilizzate da un apicoltore (tenuto conto che esse sono pienamente gestite dall’apicoltore, che attraverso il loro utilizzo svolge un’attività economicamente rilevante), il quale pertanto risponde ai sensi di tale disposizione e non dell’art. 2043, cod. civ. per i danni dalle stesse cagionati[37].

Anche con riferimento agli animali randagi, la responsabilità per i danni da loro causati deve ritenersi disciplinata dalle regole generali di cui all’art. 2043, cod. civ. e non dall’art. 2052, cod. civ.; non è quindi possibile riconoscere una responsabilità semplicemente sulla base della individuazione dell’ente cui le leggi nazionali e regionali affidano il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo e neanche quello più specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, occorrendo la puntuale allegazione e la prova, il cui onere spetta all’attore danneggiato, di una concreta condotta colposa ascrivibile all’ente, e della riconducibilità dell’evento dannoso, in base ai principi sulla causalità omissiva, al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria[38].

Per affermarne la responsabilità in caso di danni provocati da un animale randagio non è dunque sufficiente individuare semplicemente l’ente preposto alla cattura dei randagi ed alla loro custodia, non essendo materialmente esigibile, anche in considerazione della possibilità di spostamento di tali animali, un controllo del territorio così penetrante e diffuso, ed uno svolgimento dell’attività di cattura così puntuale e tempestiva da impedire del tutto che possano comunque trovarsi sul territorio in un determinato momento degli animali randagi. Occorre dunque che sia specificamente allegato e provato dall’attore che la cattura e la custodia dello specifico animale randagio che ha provocato il danno era nella specie possibile ed esigibile, e che l’omissione di esse sia derivata da un comportamento colposo dell’ente preposto[39].

E’ ad esempio configurabile la responsabilità dell’ente qualora vi fossero state specifiche segnalazioni della presenza abituale di un animale in un determinato luogo, e ciò nonostante l’ente non si sia adeguatamente attivato per la sua cattura[40], oppure se la cattura dell’animale randagio fosse possibile ed esigibile[41].

5. I danni conseguenti all’urto tra un veicolo ed un animale
In tema di responsabilità per danni derivanti dall’urto tra un autoveicolo ed un animale, la presunzione di responsabilità oggettiva a carico del proprietario o dell’utilizzatore di quest’ultimo concorre con la presunzione di colpa a carico del conducente del veicolo, ai sensi dell’art. 2054, comma I, cod. civ. (anche nel caso che il danneggiato non sia un terzo ma lo stesso conducente, in quanto applicabile a tutti i soggetti che subiscano danni dalla circolazione) sicché, ove il danneggiato sia il conducente e non sia possibile accertare la sussistenza e la misura del rispettivo concorso – sì che nessuno supera la presunzione di responsabilità a suo carico dimostrando, quanto al conducente, di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e, quanto al proprietario dell’animale, il caso fortuito – il risarcimento va corrispondentemente diminuito per effetto non dell’art. 1227, comma I, cod. civ. ma della presunzione di pari responsabilità di cui agli artt. 2052 e 2054, cod. civ.[42].

In altri termini, nel caso concorso fra le presunzioni stabilite a carico del conducente del veicolo e del proprietario dell’animale, comporta la pari efficacia di entrambe tali presunzioni e la conseguente necessità di valutare, caso per caso, determinando in base alle modalità del fatto concreto la sussistenza e la misura della responsabilità di entrambi, e senza alcuna reciproca elisione, il loro superamento parte di chi ne risulta gravato. Pertanto, quando non sia possibile accertare l’effettiva dinamica del sinistro, e perciò la sussistenza e la misura delle rispettive colpe, se solo uno dei soggetti interessati superi la presunzione posta a suo carico, la responsabilità graverà sull’altro soggetto; in ipotesi di superamento da parte di tutti, ciascuno andrà esente da responsabilità, la quale graverà invece su entrambi se nessuno raggiunga la prova liberatoria; in ipotesi di mancato raggiungimento della prova liberatoria da parte di ciascuno, dovrà affermarsi la responsabilità di entrambi per i danni conseguenti al sinistro, in eguale misura[43].

In assenza della prova del nesso causale tra il comportamento degli animali nella custodia del convenuto e la perdita del controllo dell’autovettura, non può essere riconosciuta la responsabilità del custode degli animali[44]. Allorché emerga una esclusiva responsabilità del padrone dell’animale, viene meno il principio secondo cui in caso di urto tra un autoveicolo e un animale concorrono la presunzione di responsabilità del proprietario o utilizzatore dell’animale e la presunzione di colpa del conducente del veicolo[45].

6. La responsabilità del gestore di un maneggio
Il gestore del maneggio risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell’art. 2050, cod. civ., dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione, qualora gli allievi siano principianti, ed ai sensi dell’art. 2052, cod. civ., nel caso di allievi esperti, con la conseguenza che il danneggiante è onerato, nel primo caso, della prova liberatoria consistente nell’aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e, nel secondo caso, della prova del caso fortuito interruttivo del nesso causale, che può derivare anche da comportamento del terzo o dello stesso danneggiato[46].

Va tuttavia considerato che, qualora l’animale costituisca un mezzo per adempiere a una obbligazione[47], in caso di lesioni all’allievo la responsabilità è contrattuale, e dunque è onere del Circolo provare che le lesioni occorse all’allieva non dipendevano da cause ad esso imputabili. Applicare alla fattispecie l’art. 2052, cod. civ. significherebbe comprimere la tutela dei creditori di obbligazioni contrattuali che invece si ritrovano a dover dimostrare, ex art. 2052, cod. civ. il nesso di causalità tra la condotta attiva dell’animale e le lesioni[48].

Per l’incidente avvenuto in occasione di una passeggiata di allenamento in campagna a cavallo, la responsabilità si fonda, non su un comportamento del proprietario del cavallo, bensì su una relazione (di proprietà o di uso) intercorrente tra questi e l’animale, per cui solo lo stato di fatto e non l’obbligo di vigilanza o di controllo può assumere rilievo. L’affidataria dell’animale è dunque responsabile ex art. 2052, cod. civ. del danno cagionato dal cavallo che, seppure non di sua proprietà, nel momento del sinistro non poteva che ritenersi in suo uso. Detta responsabilità concorre con quella della associazione che ha organizzato la passeggiata, con la presenza dell’istruttrice, la scelta e la guida del percorso nonché della andatura dei cavalli[49].

Il cliente dell’albergo che, aderendo all’iniziativa promossa dall’albergatore, partecipi ad una “gita a cavallo” noleggiando un cavallo presso un maneggio, ove riporti danni alla persona a seguito di caduta dall’animale avvenuta nel corso della cavalcata, non può richiedere il relativo risarcimento invocando le presunzioni di responsabilità – ex art. 2052 o 2050, cod. civ. – del titolare del maneggio, dovendo al contrario fornire la prova della responsabilità di quest’ultimo secondo la norma generale ex art. 2043, cod. civ.[50].