Danno da spese per assistenza personale: il risarcimento è integrale


 

Per la Cassazione (ordinanza n. 17815/2019) l’importo va liquidato al danneggiato per intero, senza riduzione percentuale pari al grado di invalidità permanente.

La vittima di un incidente, che riporti un’invalidità parziale permanente, tale da costringerla ad assumere qualcuno che la assista, ha diritto al risarcimento integrale del pregiudizio subito. Infatti, il danno patrimoniale, consistente nelle spese da sostenere per assumere una persona, va liquidato stimando il costo ipotizzabile delle prestazioni di cui la vittima avrà bisogno, parametrato alla durata presumibile dell’esborso. Il suddetto risarcimento è dovuto integralmente, senza alcuna riduzione percentuale corrispondente al grado di invalidità permanente patito dal danneggiato.

 

 

 

 

 

Sommario

-La vicenda
-Principio di integralità o indifferenza
-Deroghe al risarcimento integrale
-Il danno futuro
-Concorso colposo e danno parziale
-Conclusioni

La vicenda
Una donna veniva investita da un’auto e riportava un’invalidità permanente pari al 40%. La danneggiata agiva in giudizio contro il conducente e il proprietario della vettura, nonché verso la compagnia assicurativa, chiedendo la condanna in solido al pagamento del risarcimento del danno. In primo grado, la richiesta attorea veniva accolta, mentre era rigettata la domanda di risarcimento del danno patrimoniale futuro, rappresentato dalla necessità di dover assumere una persona per l’assistenza della vittima, non più autonoma nella vita quotidiana. In sede di gravame, la richiesta veniva accolta, tuttavia la liquidazione del danno era ridotta del 40%. Il giudice d’appello, infatti, quantificava in 600 euro mensili il costo dell’assistenza personale, moltiplicava l’importo per un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età della vittima e lo riduceva nella stessa misura percentuale dell’invalidità. La danneggiata ricorre in Cassazione avverso quella che ritiene un’erronea liquidazione del risarcimento.

Principio di integralità o indifferenza
La ricorrente si duole della riduzione del 40% del risarcimento del danno patrimoniale richiesto per le spese future di assistenza. In particolare, ritiene che sia stato violato il principio di integralità del risarcimento, anche noto come principio di indifferenza, a mente del quale il ristoro deve coprire “tutto il danno e nulla più che il danno” (art. 1223 c.c.). Tale principio è derogabile solo nei casi previsti dalla legge; il più importante dei quali è rappresentato dal concorso colposo del danneggiato (art. 1227 c.c.). In tale circostanza, l’entità del ristoro del patimento subito è diminuita in proporzione al contributo causale della vittima all’evento di danno. Pertanto, la regola di base consiste nel risarcimento del cosiddetto danno effettivo, per cui l’obbligazione risarcitoria ha ad oggetto il nocumento concretamente subito dal creditore, che non deve ricevere né più né meno di quanto necessario ad elidere gli effetti economici negativi derivanti dall’illecito [1].

Si parla, altresì, del principio dell’equivalenza tra danno e riparazione, da cui discende anche l’espressione di “risarcimento del danno per equivalente”. Ebbene, tale principio si fonda sulla distinzione tra il concetto di danno risarcibile e quello di indennità (o indennizzo) che, invece, fa riferimento ad una riparazione non integrale [2].

Il quantum risarcibile deve avere ad oggetto l’intero pregiudizio patito dal danneggiato, giacché il risarcimento è diretto alla completa restitutio in integrum del patrimonio leso.

Deroghe al risarcimento integrale
Ut supra ricordato, il principio di integrale riparazione incontra delle deroghe solo nei casi previsti per legge. L’ipotesi più importante (art. 1227 c.c.) consiste nel concorso di colpa del danneggiato, circostanza in cui il risarcimento non è corrisposto per intero, ma viene diminuito in base alla gravità della colpa e all’entità delle conseguenze che ne sono derivate. Infatti, il danneggiante non deve essere gravato della porzione di danno che non gli sia causalmente imputabile. Oltre a questa eventualità, ricordiamo che, nel settore assicurativo, la previsione del risarcimento su base tabellare (artt. 138 e 139 d. lgs. 209/2005) rappresenta una deroga alla regola generale sopra esposta.

La giurisprudenza ha più volte ribadito che i criteri di liquidazione del danno biologico, per i danni derivanti da sinistri stradali, «costituiscono oggetto di una previsione eccezionale, come tale insuscettibile di applicazione analogica nel caso di danni non derivanti da sinistri stradali» (Cass. 12408/2011; Cass. 12787/2017). La ratio di tale scelta legislativa è da ricercarsi nel principio di solidarietà (art. 2 Cost.) e nell’esigenza di contenere i costi assicurativi gravanti su tutti i cittadini. Il suddetto meccanismo risarcitorio, basato su rigidi parametri tabellari, è stato oggetto anche di una pronuncia della Corte Costituzionale, che ne ha confermato la legittimità (C. Cost. 235/2014).

Il danno futuro
Nella fattispecie in esame, la ricorrente si duole dell’errata liquidazione del danno futuro, consistente nella necessità di assumere una badante per assisterla nell’espletamento delle attività della vita quotidiana. Il danno futuro è quello di cui si prevede il verificarsi in un tempo posteriore alla domanda risarcitoria, con un grado di ragionevole certezza [3]. Non va confuso con la perdita di chance che, invece, si concreta in un pregiudizio attuale, risarcibile se l’occasione favorevole perduta era funzionalmente connessa al diritto leso. Il danno futuro, quindi, non può compiersi in base agli stessi criteri di certezza che riguardano il danno già verificatosi e deve avvenire secondo un criterio di rilevante probabilità. Si verifica ogni volta in cui la diminuzione patrimoniale appia come il naturale sviluppo dell’evento di danno(Cass. 10072/2010). Nel caso di specie, l’invalidità patita dalla vittima le impediva di adempiere alle ordinarie occupazioni e, nonostante l’aiuto prestato dal marito, stante l’incedere dell’età, era necessario ricorrere a forme di assistenza personale, che avrebbero comportato significativi esborsi per il futuro. Ebbene, tali somme devono essere risarcite integralmente al soggetto che ha patito il danno.

Concorso colposo e danno parziale
La fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., ossia il concorso colposo del danneggiato, non va confusa con il danno parziale, giacché si tratta di due situazioni ontologicamente distinte. Infatti, mentre nella circostanza di concausazione dell’evento, il ristoro liquidato al danneggiato è diminuito in proporzione all’incidenza della sua condotta sul fatto; nel caso di danno parziale il risarcimento va corrisposto integralmente, poiché è solo l’invalidità ad essere parziale, mentre il risarcimento di un’invalidità parziale deve sempre avvenire in modo integrale. Pertanto, chi abbia sofferto un’invalidità pari al 40% – come nel caso oggetto di scrutinio – ha diritto al ristoro, per intero, dovuto per quel grado di invalidità. La decurtazione dell’entità del risarcimento, operata dal giudice del gravame, è errata in diritto, in quanto viola l’art. 1223 c.c. Infatti, acclarato che la vittima, invalida al 40%, necessitava di assistenza personale, doveva riconoscersi per intero il costo di tale assistenza e non ridurlo percentualmente. Secondo la Cassazione, «non vi è ovviamente corrispondenza biunivoca tra il grado di invalidità permanente e la misura del risarcimento dovuto a titolo di rifusione delle spese di assistenza».

Gli Ermellini chiariscono che se la vittima abbisogna di assistenza:

le relative spese da sopportare rappresentano un danno risarcibile;
in assenza di concorso colposo del danneggiato, il danno va liquidato per intero.
Infatti, la vittima del sinistro dovrà sopportare integralmente tale esborso e, in ragione di ciò, ne deve essere ristorata.

Conclusioni
In base al percorso delibativo sopra esposto, la Corte ha enunciato il seguente principio di diritto:

«il danno consistente nelle spese per assistenza personale, patito dalla vittima di lesioni personali, va liquidato ai sensi dell’art. 1223 c.c. stimando il costo presumibile delle prestazioni di cui la vittima avrà bisogno in considerazione delle menomazioni da cui è afflitta, rapportato alla durata presumibile dell’esborso. Il risarcimento così determinato è dovuto per intero, senza alcuna riduzione percentuale corrispondente al grado di invalidità permanente patito dal danneggiato».
Pertanto, ha cassato la sentenza impugnata e rinviato alla Corte d’Appello in diversa composizione che, nel riesaminare il gravame, dovrà attenersi al principio di cui sopra.

Marcella Ferrari